Per orientare la nostra preghiera

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 26-33)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Parola del Signore

 

Preghiamo

Ti preghiamo Signore per Papa Francesco e per tutta la Chiesa; fa che sia segno della presenza di Dio nella storia e sappia comunicare a tutti, senza paura, la buona notizia del Vangelo, preghiamo.

Ti preghiamo per la salvezza di chi, spinto dalla disperazione, affronta i pericoli del viaggio verso l’Europa via terra o attraversando il Mediterraneo e per quanti, con audacia e responsabilità, si adoperano per salvare e proteggere la loro vita, preghiamo.

 

 

Per nutrire il nostro cuore

 

 

Rifugiati, profughi, sfollatiIn occasione della Giornata mondiale del rifugiato, celebratasi il 20 giugno visitiamo i campi per profughi in Mozambico, dove converge un’umanità segnata dalla povertà, dai cambiamenti climatici, dalla violenza. 

Dal 2017 l’estremo Nord del Mozambico, la provincia di Cabo Delgado, è vittima di violenti attacchi da parte di estremisti islamici. È la zona più ricca di risorse naturali del paese, dove si trovano grandi giacimenti di gas ma anche rubini e altri minerali preziosi. I violenti attacchi a poveri villaggi di contadini o pescatori oltre a causare centinaia di morti stanno provocando anche la fuga di migliaia di donne, uomini e bambini. Si stima che siano circa 200.000 i profughi interni che cercano sicurezza alle porte della città di Pemba, il capoluogo della provincia di Cabo Delgado, e nella confinante provincia di Nampula. 

Alla drammatica situazione di quanti vivono nei campi di Metuge (circa 15.000 persone), di Namialo, di Nacarroa e in altri campi si aggiunge quella delle vittime del ciclone Idai che nel marzo 2019 ha distrutto o danneggiato il 90% delle abitazioni della città di Beira. Nei campi di ricollocamento di quanti sono rimasti senza casa vivono ad oggi circa 1500 famiglie. Alcune da oltre un anno sono ancora sotto le tende e altre si sono costruite delle casette di paglia e fango. Nonostante la relativa vicinanza a Beira, alcuni campi sono isolati e sorgono in zone disboscate un anno fa per fare posto ai nuovi arrivati. 

Oltre ai rifugiati interni, il Mozambico accoglie anche profughi provenienti da altri paesi, come a Maratane, in origine lebbrosario e centro per la cura della tubercolosi che è oggi è un campo profughi, a 30 km da Nampula, la maggiore città del Nord del Mozambico. Ospita circa 9.000 rifugiati giunti in gran parte nel 2011 dal corno d’Africa colpito da una grave siccità e poi nel 2015 dalla Repubblica Democratica del Congo e dal Burundi e dal Ruanda, giunti in gran parte nel 2011. Intorno al campo vivono anche molte famiglie mozambicane povere

Su tutti l’incubo del Covid…

 

 

Come Gesù Cristo, costretti a fuggire

…  Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie». In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella. Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire.

Le persone sfollate ci offrono questa opportunità di incontro con il Signore, «anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua». Si tratta di una sfida pastorale alla quale siamo chiamati a rispondere con i quattro verbi che ho indicato nel Messaggio per questa stessa Giornata nel 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Ad essi vorrei ora aggiungere sei coppie di verbi che corrispondono ad azioni molto concrete, legate tra loro in una relazione di causa-effetto.

Bisogna conoscere per comprendere. La conoscenza è un passo necessario verso la comprensione dell’altro. Lo insegna Gesù stesso nell’episodio dei discepoli di Emmaus: «Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,15-16). Quando si parla di migranti e di sfollati troppo spesso ci si ferma ai numeri. Ma non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere. Potremo comprendere, per esempio, che quella precarietà che abbiamo sperimentato con sofferenza a causa della pandemia è un elemento costante della vita degli sfollati.

È necessario farsi prossimo per servire. Sembra scontato, ma spesso non lo è. «Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò a un albergo e si prese cura di lui» (Lc 10,33-34). Le paure e i pregiudizi – tanti pregiudizi – ci fanno mantenere le distanze dagli altri e spesso ci impediscono di “farci prossimi” a loro e di servirli con amore. Avvicinarsi al prossimo spesso significa essere disposti a correre dei rischi, come ci hanno insegnato tanti dottori e infermieri negli ultimi mesi. Questo stare vicini per servire va oltre il puro senso del dovere; l’esempio più grande ce lo ha lasciato Gesù quando ha lavato i piedi dei suoi discepoli: si è spogliato, si è inginocchiato e si è sporcato le mani.

Per riconciliarsi bisogna ascoltare. Ce lo insegna Dio stesso, che, inviando il suo Figlio nel mondo, ha voluto ascoltare il gemito dell’umanità con orecchi umani: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, […] perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). L’amore, quello che riconcilia e salva, incomincia con l’ascoltare. Nel mondo di oggi si moltiplicano i messaggi, però si sta perdendo l’attitudine ad ascoltare. Ma è solo attraverso un ascolto umile e attento che possiamo arrivare a riconciliarci davvero. Durante il 2020, per settimane il silenzio ha regnato nelle nostre strade. Un silenzio drammatico e inquietante, che però ci ha offerto l’occasione di ascoltare il grido di chi è più vulnerabile, degli sfollati e del nostro pianeta gravemente malato. E, ascoltando, abbiamo l’opportunità di riconciliarci con il prossimo, con tanti scartati, con noi stessi e con Dio, che mai si stanca di offrirci la sua misericordia.

Per crescere è necessario condividere. La prima comunità cristiana ha avuto nella condivisione uno dei suoi elementi fondanti: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune» (At 4,32). Dio non ha voluto che le risorse del nostro pianeta fossero a beneficio solo di alcuni. No, questo non l’ha voluto il Signore! Dobbiamo imparare a condividere per crescere insieme, senza lasciare fuori nessuno. La pandemia ci ha ricordato come siamo tutti sulla stessa barca. Ritrovarci ad avere preoccupazioni e timori comuni ci ha dimostrato ancora una volta che nessuno si salva da solo. Per crescere davvero dobbiamo crescere insieme, condividendo quello che abbiamo, come quel ragazzo che offrì a Gesù cinque pani d’orzo e due pesci… E bastarono per cinquemila persone!

Bisogna coinvolgere per promuovere. Così infatti ha fatto Gesù con la donna samaritana (cfr Gv 4,1-30). Il Signore si avvicina, la ascolta, parla al suo cuore, per poi guidarla alla verità e trasformarla in annunciatrice della buona novella: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?» (v. 29). A volte, lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto. La pandemia ci ha ricordato quanto sia essenziale la corresponsabilità e che solo con il contributo di tutti – anche di categorie spesso sottovalutate – è possibile affrontare la crisi. Dobbiamo «trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà».

È necessario collaborare per costruire. Questo è quanto l’Apostolo Paolo raccomanda alla comunità di Corinto: «Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire» (1 Cor 1,10). Costruire il Regno di Dio è un impegno comune a tutti i cristiani e per questo è necessario che impariamo a collaborare, senza lasciarci tentare da gelosie, discordie e divisioni. E nel contesto attuale va ribadito: «Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone». Per preservare la casa comune e farla somigliare sempre più al progetto originale di Dio, dobbiamo impegnarci a garantire la cooperazione internazionale, la solidarietà globale e l’impegno locale, senza lasciare fuori nessuno.

(Papa Francesco,  Messaggio per la 106° giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2020)