Il Crocifisso

Il Crocifisso ligneo di Santa Maria in Trastevere è uno dei crocifissi di grandi proporzioni più antichi di Roma. Per le sue dimensioni (2,30 m x 1,9 m; croce 3,84 m x 2,1 m) e per la vicinanza iconografica alla sua arte monumentale, questa imponente opera è stato spesso attribuita a Pietro Cavallini. La datazione dell’opera rimane a tutt’oggi controversa ed è alternativamente indicata con l’inizio del Trecento e con il secolo successivo.

Particolare del Crocifisso durante le fasi del restauro

Particolare del Crocifisso durante le fasi del restauro

Nonostante le grandi dimensioni, il busto del Cristo, gran parte della testa ed il perizoma sono stati ricavati da un unico elemento di legno di pioppo a cui sono stati poi assemblati gli arti superiori, costituiti a loro volta da più parti (braccio e avambraccio) e quelli inferiori e le rimanenti parti della testa. La tecnica di assemblaggio delle porzioni lignee è risultata particolarmente attenta nella dissimulazione degli incastri, soprattutto nel perizoma e nell’innesto delle gambe.

Gesù è rappresentato con particolare realismo, inchiodato alla croce, nel momento dell’agonia. Il suo volto, con la bocca leggermente socchiusa e le palpebre che lasciano intravedere lo sguardo, è rivolto verso destra e abbassato sulla spalla; i tendini del collo sono tesi e le vene delle braccia e delle gambe particolarmente visibili.

I capelli scuri ricadono in ciocche sulle spalle confondendosi con la barba. Sul capo la corona di spine è realizzata con una corda di canapa ritorta da cui emergono schegge di legno.

Anche il bacino è leggermente ruotato verso destra ed evidenzia l’addome ritratto e il costato. I piedi accavallati uno sull’altro sono inchiodati alla croce con un unico chiodo.

L’incarnato ha una colorazione livida di un corpo morente e dalla ferita del costato esce sangue denso e raggrumato.

Per modellare una più verosimile anatomia la superficie lignea è stata ricoperta da uno strato di gesso e colla e solo successivamente è stata dipinta con l’impiego di terre, cinabro e biacca; le vene sono state ottenute con dei rivoli di cera colorati con cinabro e lacca rossa.

Allo stesso modo il panneggio del perizoma è stato ottenuto ricoprendo il legno con una tela impannata a gesso e colla e poi dipinta in color avorio e impreziosita con filettature dorate ottenute con il cosiddetto “oro di metà” una tecnica di cui parla Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte o trattato della pittura che prevede l’uso di una doppia lamina: su un strato di stagno usato per dare spessore si pone una sottile foglia d’oro.

Particolare del Crocifisso prima del restauro

particolare del crocifisso prima del restauro

Il crocifisso, restituito nel 2015 alla sua cromia originale grazie a un lungo e attento lavoro di restauro, era stato sottoposto nei secoli a reiterati interventi “manutentivi” con verniciature, ravvivanti, adesivi e consolidanti che – anche se nelle intenzioni trasparenti – ne avevano causato lo scurimento fino a conferirgli un aspetto bronzeo. In questo processo di imbrunimento hanno senz’altro avuto parte anche i fumi delle candele e dei ceri accesi dai fedeli e la pratica di ungere col sacro crisma le immagini sacre.

Non si tratta quindi solo di un’alterazione della superficie pittorica ma della testimonianza di una devozione ininterrotta. L’uno e l’altro fattore si influenzano reciprocamente: tanto più l’opera è stata oggetto di venerazione tanto più è stata sottoposta a interventi che ne hanno causato l’invecchiamento; tanto più l’opera è apparsa antica tanto più è stata ritenuta degna di venerazione.

Non va tralasciato poi che dal 1500 il gusto della policromia, che aveva caratterizzato la scultura lignea medievale e rinascimentale, lascia il posto alla monocromia e che quindi l’imbrunimento del crocifisso rispondeva anche a una nuova esigenza stilistica.

Il restauro è stato possibile grazie a un finanziamento privato delle famiglie Stafford e Stanford e di Baltimora.